STUDIO DI PEDAGOGIA CLINICA

Dott.ssa Sara Cundari

Pedagogista, Pedagogista Clinico

Operatore Impronte di Nascita

Professionista disciplinato ai sensi della legge 4/2013. 

Iscritta nell’elenco ANPEC n.4628 e nell'elenco dei Pedagogisti SINPE n.2928

 

Educazione

Mamma...Ho fatto di nuovo la pipì a letto!

E’ più comune di quanto si creda che i bambini facciano la pipì a letto, fa parte della fase di crescita. Questo fenomeno prende il nome di enuresi ovvero l’emissione involontaria di urina che si manifesta in maniera ripetuta, per frequenza e durata, in una persona che è indenne da affezioni urinarie e neurologiche responsabili. Circa il 15 % dei bambini, in prevalenza maschi, entro i 6 anni di età soffre di questa difficoltà, che può comparire in modo continuo (tutte le notti) o saltuario (2-3 volte a settimana) e che diminuisce gradualmente in percentuale, a mano a mano che ci si avvicina alla pubertà (Dizionario di Pedagogia Clinica, di Pesci G., Mani M. Edizione Scientifiche ISFAR, II edizione Giugno 2017).

L’età in cui il bambino ha raggiunto la maturità vescicale è intorno ai 5-6 anni, quindi prima di questa età è consigliabile aspettare e dare al bambino il tempo di maturare. L’emissione involontaria di urina può essere:

• PRIMARIA se il bambino, oltre i 4-5 anni, si bagna senza aver mai acquisito il controllo delle minzioni notturne (85% dei casi).

• SECONDARIA se il bambino, sempre dopo i 4-5 anni, ricomincia a bagnarsi, dopo aver raggiunto e mantenuto, per almeno 5-6 mesi, il controllo notturno della minzione (13% dei casi).

• MISTA in ragione delle ore in cui tale incontinenza si realizza.

Capita che i genitori trovandosi in situazioni in cui l’evento è ripetuto nel tempo si sentano scoraggiati e non sanno come gestire la situazione. Allora qual è il primo passo da fare? Consultare il proprio pediatra il quale richiederà una serie di esami e dal quale esito sarà opportuno scegliere la tipologia di intervento (farmacologico o educativo-comportamentale).

L’approccio adeguato richiede il coinvolgimento di tutto il nucleo familiare. Il più delle volte l’enuresi è la manifestazione involontaria di un disagio ed è considerata una condizione multifattoriale:

• Insufficiente maturità affettiva,

• Un modo di scaricare le tensioni emotive

• Ricerca di attenzioni

• Nascita di un fratellino

• Dipendenza dall'adulto

• Insicurezza

• Contrasti familiari

• Desiderio di prolungare l'esperienza dell'infanzia attirando le cure dei genitori

• Cattivo equilibrio fra i genitori e tensioni familiari che rendono più difficile la maturazione o l’evoluzione affettiva

• Le disarmonie con l’ambiente

• Convinzione o meno di poter autocontrollare il sintomo

Il problema di fare la pipì a letto non si risolve in breve tempo, così sia per il bambino che per i genitori la tensione si accumula. Per la maggior parte dei genitori, l’enuresi notturna del proprio figlio significa notti interrotte, lavaggi extra, stanchezza, irritabilità, qualcuno collega il disagio come una debolezza del bambino. Arrabbiarsi oltre che a non risolvere la situazione, ha un’influenza negativa sul bimbo anche perché è fondamentale che i genitori tengano a mente la normalità del disturbo. Compito fondamentale del Pedagogista Clinico è quello di mettere i genitori in condizione di poter aiutare i propri figli applicando delle strategie orientate alla risoluzione e intervenire concretamente sul bambino.

Il fenomeno dell’enuresi interessa anche l’autostima del bambino poiché vergognandosi perde la propria sicurezza come per esempio per un bambino di 7 anni andare in gita per un paio di giorni o dormire a casa di un amico è un’esperienza ricreativa e divertente ma non per chi ancora bagna il letto diventa un momento di tensione. Ricordiamoci che i bambini non esprimono, come può fare un adulto, il disagio con le parole, lo fanno invece attraverso sintomi, comportamenti, reazioni emotive.

E’ importante individuare complessivamente i bisogni per poter impostare un intervento di aiuto globale ed efficace. Il Pedagogista Clinico potrà utilizzare diversi Metodi e Tecniche propri della sua professione, stimoli di varia natura che aiutino il bambino e la famiglia a ritrovare l’armonia e il benessere attraverso esperienze corporee, grafico-pittoriche, fiabe, creatività spontanea, la disponibilità al contatto, il rilassamento, lavorando sulla fiducia in se stesso, sull'autostima e sulle capacità relazionali.

La fiaba: un'importante strumento educativo

“C’era una volta…” un’espressione che ci riporta all’infanzia…Chi, da bambini, non ha mai letto o udito una fiaba? La fiaba deve la sua longevità alla divulgazione orale tra le generazioni. In Europa la prima raccolta scritta fu “Lo Cunto de li Cunti overo lo trattenemiento de' Peccerille” chiamato Pentamerone (1634-1636) di Giambattista Basile, pubblicato postumo dalla sorella. Nel Pentamerone dieci anziane raccontano, in dialetto napoletano, cinquanta fiabe. Al 1696 risalgono I racconti di mamma l’Oca di Charles Perrault che poi trascriverà anche Cappuccetto Rosso, Cenerentola, Pollicino, La bella addormentata nel bosco e Il gatto con gli stivali. L’800 sarà il secolo che vede i fratelli Grimm impegnati a pubblicare un’importante raccolta di fiabe, riconosciuta nel 2005 dall’UNESCO “patrimonio dell’Umanità”. Sempre nell’800, Il danese Hans Christian Andersen (1805-1875), scriverà La Sirenetta, Il brutto anatroccolo e Il soldatino di stagno.

Nel 1956 il genere della fiaba contagerà scrittori quali Italo Calvino che pubblica le Fiabe italiane, racconti fiabeschi dalle varie province d’Italia e da lui tradotte dal dialetto all’italiano. Freud sosteneva che sogni e fiabe sono collegate al mondo interiore degli esseri umani. Il bambino crescendo trova nelle fiabe la soluzione liberatoria dalle proprie paure o desideri. Ma Cos’è la fiaba? Ha un valore pedagogico - educativo? Quanto è importante Il tempo che un adulto dedica alla lettura di una fiaba al bambino?

Il termine fiaba deriva dal latino volgare flāba da fabŭla ed è un racconto fantastico di origine popolare, caratterizzata da racconti brevi e incentrati su vicende e personaggi fantastici. Secondo Guido Petter, psicologo e psicopedagogista, raccontare fiabe ai bambini dovrebbe essere un elemento spontaneo per genitori, fratelli, insegnanti, nonni nell’educazione dei bambini.

Vediamo perché le fiabe sono importanti:

 - Dai 2 anni i bambini sviluppano il piacere di sentire narrare una storia che a 6 anni si evolve ulteriormente con la lettura autonoma

 - Secondo lo psicologo Bruner ascoltare le favole sviluppa il “pensiero narrativo”, che concorre allo sviluppo del pensiero razionale e del pensiero fantastico "il racconto è una forma convenzionale che viene trasmessa culturalmente, è il mezzo attraverso cui costruiamo la nostra realtà e stabiliamo il nostro rapporto con gli altri.

- La fiaba aiuta all’acquisizione di elementi logici, sequenze temporali, causa-effetto, e fantastici.

- Le fiabe Partecipano allo sviluppo psicologico dei bambini in diverse aree: linguaggio, emotività/affettività, socialità.

-la fiaba Aiuta l’Acquisizione di nuovi vocaboli nonché a potenziare la concentrazione e l’attenzione.

- Contribuisce allo sviluppo emotivo/affettivo in quanto il bambino si affeziona ai personaggi, si immedesima nelle loro emozioni di conseguenza imparano a riconoscere le loro emozioni e a dare un nome.

- Attraverso le fiabe i bambini apprendono nuovi schemi di comportamento e nuove modalità di risoluzione alle difficoltà. Negli anni ‘70 ci si è interrogati sul fatto che in qualche modo alcune fiabe possano traumatizzare i bambini poiché contengono alcune immagini come la strega, l’orco, il lupo cattivo… In realtà il fatto che il bambino possa vivere determinate emozioni protetto dalla presenza del genitore/ lettore senza esserne il personaggio diretto, fa in modo che il bambino elabori le emozioni autonomamente.

- La fiaba ha un valore educativo-relazionale, aiuta il bambino a conoscere le relazione positive (collaborazione, aiuto, essere solidali), o negative, (menzogna, gelosia, imbrogli), e inizia a constatare le conseguenze. Il lieto fine della storia e la soluzione al problema iniziale insegnano anche quanto sia fondamentale impegnarsi per ottenere ciò che si vuole raggiungere.

- La fiaba rafforza l'interazione con i genitori, una sorta di rituale affettivo che da sicurezza al bambino oltre che il buon esempio quale il tramandare ai figli l’abitudine alla lettura.

Le fiabe parlano il linguaggio della fantasia, cioè quello del bambino, lo mettono di fronte alle preoccupazioni dell’uomo (la necessità di sentirsi amati, la paura di essere inadatti, l’angoscia della separazione, la morte …), con un linguaggio semplice e chiaro esprimendo la simbologia del conflitto interiore (la sfida, il cammino, gli ostacoli da superare, le disavventure, sconfiggere i cattivi ) e ne danno alla fine la soluzione.

Durante la lettura della fiaba un ruolo fondamentale lo svolge chi legge o racconta poiché è riconosciuto dal bambino come una persona disponibile e presente e grazie al tono di voce familiare e all’affetto che in esso si manifesta, il bambino impara a riconoscere termini, nomi, verbi. La voce di chi racconta, fornisce al bambino sensazioni ed emozioni in continuo cambiamento.

Avere la buona abitudine di leggere una fiaba ai bambini durante il giorno o prima di andare a letto è un passo importante per supportarlo nella lunga e infinita conoscenza del suo mondo interiore!

 

E' pronto a tavola! Come rendere il pasto un momento sereno e di condivisione

La relazione tra essere umano e il cibo non è risolubile con il concetto che si “mangia per crescere”. L’azione di cibarsi è il prodotto di una cooperazione tra molti fattori, principalmente di matrice affettivo- relazionale. Tutto ha inizio nel rapporto che si instaura tra neonato ed il cibo attraverso la relazione con la madre. il concetto Winnicottiano di “base sicura” qual è la mamma, c’è il piacere del cibarsi dove l’odore del corpo materno, il battito del suo cuore, il contatto, ne fanno da cornice. In questa simbiosi c’è l’essenza del legame in cui la mamma inizia ad accompagnare il suo piccolo verso l’autonomia (la suzione spontanea, i ritmi ) e in cui i genitori imparano ad ascoltare e riconoscere i segnali che il bambino invia. Questa relazione con il tempo si palesa nel rapporto che il bambino instaura con il cibo, nel rituale dello stare a tavola, se mangia in autonomia, se fa capricci, se il mo-mento del pasto è un disastro e cosi via...

Capita spesso sentire un genitore dire: “quanta fatica far mangiare le verdure, oppure: “il momento del pasto diventa stremante, mi tocca rincorrerlo per imboccarlo” o ancora “provo a cucinare una pietanza alternativa pur di non mandarlo a letto digiuno” o “non sta seduto a tavola”… Gestire i capricci in modo sereno, in particolar modo a tavola, è una delle cose più complicate per genitori; spesso si perde la pazienza o ci si fa sopraffare dalla paura che nel bambino ci sia qualcosa che non va. Cerchiamo di fare chiarezza su alcuni punti. Primo approccio è capire se il rapporto/ capricci del nostro bambino a tavola con il cibo è stato sempre problematico o se è relativo a un particolare momento della vita (inizio scuola, nascita sorellina/fratellino, separazione dei genitori, inserimento in asilo…).

Nel caso di una situazione temporanea è importante rassicurare il bambino, ritagliare spazi per lui, e mantenere le sue abitudini per aiutarlo a sentirsi più sicuro (orario pasti, nanna ecc..). Altro punto importante è tenere a mente che i bambini hanno bisogno di sentirsi compresi, per esempio se i genitori durante un momento di crisi del bambino si fanno sopraffare da irritazione, frustrazione e tensione, trasmetteranno al bambino insicurezza e provocheranno comportamenti ancora più "problematici". Con l’approccio comprensivo, il bambino impara a riconoscere le proprie emozioni e pian piano, crescendo, riuscirà a gestirle (pianti e capricci fanno parte della normale crescita del bambino, è un modo di comunicare con gli adulti, di esprimere le emozioni, paure).

Da dove si inizia? Come rendere il pasto un momento tranquillo e sereno di condivisione? I genitori sono per i bambini i MODELLI da seguire, quindi sta a noi adulti dare l’esempio. La fase che porta all’autonomia a tavola è lo svezzamento, il passaggio al 6° mese di vita dai cibi liquidi a quelli solidi, questo passaggio deve avvenire con serenità e naturalezza incoraggiando il bambino all’autonomia, alla curiosità verso nuovi cibi, all’esplorazione del cibo.

LE REGOLE E I RITMI DELLO STARE A TAVOLA

Dallo svezzamento inizia per i genitori l'avventura dell’educazione del bambino a tavola. I bambini hanno bisogno di confini chiari all'interno dei quali sentirsi al sicuro. Anche durante il pasto le regole ne fanno da padrone. Partendo dal presupposto che i bambini si sentono sicuri davanti alla coerenza dei genitori, c'è da considerare anche che sarebbe impensabile pretendere da loro che rimangano seduti tutto il tempo del pasto soprattutto se piccoli, si rischierebbe che il momento di condivisione diventi per loro “imposizione“. Come comportarsi allora? Potrebbe essere utile che i bambini prendano l’abitudine, oltre a stare a tavola seduti composti, di chiedere ai genitori il permesso di alzarsi una volta terminata la loro cena… questo non avverrà in un batter d’occhio...è giusto lasciar loro il tempo perché si abituino al mutamento e di mangiare come i grandi.

Un altro momento da non sottovalutare è la preparazione delle pietanze, ancor di più tutto ciò che emotivamente lo anticipa, gli stati d’animo, la giornata in generale che si conciliano in un unico momento di condivisione: il pasto. Ogni bambino è diverso e ogni famiglia, per questioni lavorative o culturali, ha esigenze e ritmi diversi. Rispettando ciò, è importante che i bambini abbiano chiaro sia il modello di riferimento che le prime regole.

Alcuni spunti da cui partire:

- EDUCARE ALLA CONSAPEVOLEZZA: La preparazione della tavola, dei piatti, creare un’atmosfera di collaborazione. Il bambino in questo rituale assimila che c’è un tempo e un ordine per ogni cosa. Un consiglio potrebbe essere anche quello di evitare, durante la preparazione e la cena di affrontare problematiche lavorative sorte durante la giornata. Consapevolezza significa anche ricordare al bambino di lavarsi le mani prima di sedersi a tavola, aspettare che tutti siano seduti prima di iniziare a mangiare.

- LE PAROLINE MAGICHE: Grazie, prego, per favore, dare ai bambini il buon esempio anche durante il pasto è molto significativo, è un’abitudine che farà loro compagnia per sempre, perché trattare gli altri con rispetto vuol dire rispettare se stessi, costruire la propria persona su una base sociale, la reciprocità e la cooperazione.

- EVITARE PUNIZIONI o rimproveri o ancora costrizioni se non vuole mangiare, si rischia di ricevere ancora di più una chiusura.

- EVITARE LE DISTRAZIONI: Se il bambino mangia mentre gioca con il tablet, lo smartphone o guarda la tv, non si concentra su quello che fa.

- GLI ORARI: Evitare che il bambino mangi oltre gli orari prestabiliti, il rischio è quello di arrivare al momento del pasto senza avere fame. È importante fare consumare il pasto con calma e variare i cibi nel sapore e nell’aspetto, incentivare l’appetito con attività che stimolino naturalmente l’appetito come lo sport, le passeggiate, giocare all’aria aperta, attività creative e ricreative in generale.

- EVITARE ACCORDI O TRATTATIVE: Non impiegare il cibo come merce di scambio, in caso contrario il bambino imparerà a utilizzarlo per regolare i rapporti interpersonali e per ottenere affetto.

- EVITARE MENU’ A’ LA CARTE: E’ preferibile non chiedere al bambino cosa preferisce mangiare poiché la scelta (tranne in caso di cibi che proprio non ama) lo rende incerto e insicuro e può far diventare ancora più stressante il pasto.

Le emozioni e le abitudini dei genitori influiscono sul rapporto che il bambino instaura con il cibo. I bambini sono influenzati dall’atteggiamento che noi adulti abbiamo verso il cibo, come lo descriviamo, le nostre emozioni sul rapporto che bambino ha instaurato con il cibo (ansia o tranquillità se non mangia, fermezza o rabbia se fa i capricci...). L'ansia dei genitori durante il pasto condiziona molto la risposta del bambino, più legata al clima emotivo che si crea a tavola piuttosto che alla pietanza presentata! Provare ad allontanare ansia e preoccupazione permette ai genitori di vedere con più lucidità la situazione, e al bambino di vivere con più serenità il pasto.

Anche le regole, pian piano, vengono assimilate se hanno degli esempi da seguire. I bambini osservano tutto, per questo motivo quello che l’adulto “predica” deve essere accompagnato da un gesto simbolico: se un genitore dà un consiglio ma poi si comporta in modo opposto il bambino darà più importanza a ciò che vede fare piuttosto che a quello che gli viene detto. Quando si educa con gli esempi, non bisogna dimenticare che è possibile e lecito sbagliare anche per i genitori, l’importante è riconoscere i propri errori e spiegare ai figli cosa di positivo si può trarre da questi.

L'educazione, in conclusione, è sinonimo di organizzazione, non si può improvvisare! Servono regole “A tavola si mangia seduti” ma non imposizioni “Stai seduto!”.

Lo scrittore statunitense H. Jackson Brown scriveva: “Vivi in modo tale che, quando i tuoi figli pensino alla giustizia, all’affetto e all’integrità, pensino a te.”

Conflitti tra fratelli...Perché accadono e come gestirli?

La gelosia è quello “stato emotivo di dubbio e di tormentosa ansia di chi, con o senza giustificato motivo, teme che la persona amata gli sia insidiata da un rivale”. Il termine deriva latino Zelosus, dal greco Zelotòs e significa emulo, rivale. Si è gelosi quando non ci si sente all’altezza di qualcuno che credevamo pari a noi, oppure si può pensare alla gelosia come possessività quando questa è dettata dal desiderio di custodire qualcosa perché ci fa sentire sicuri e protetti. La gelosia è spesso la causa di liti. Il litigio nei bambini è una fase fondamentale per la loro crescita sociale, cognitiva, emotiva.

Spesso gli adulti credono che bloccare rapidamente il litigio aiuti i bambini nella gestione del conflitto, invece si rischia di privare il bambino di un’esperienza che sta alla base della COMPETENZA SOCIALE ovvero "il livello di expertise raggiunto nell'uso di un insieme di abilità relazionali che favoriscono la buona relazione e interazione con gli altri”(op.cit). Questa competenza implica una serie di abilità come la comunicazione, l’espressione del sé, imparare a relazionarsi agli altri e alla quale sono solitamente assegnate alcune caratteristiche:

La Gradualità: perché procede per fasi e continua nel tempo. 

Le Conoscenze: che sono acquisite attraverso l’apprendimento.

Le Abilità: cognitive e pratiche come il pensiero logico, creativo e intuitivo e l'abilità manuale e l'uso di metodi, strumenti, la risoluzione dei problemi.

Le Capacità: l'applicazione dopo l’esercizio, il mettere in pratica.

Se, dunque, la competenza sociale è la capacità che ognuno di noi ha nel modulare il comportamento e la comunicazione in modo adeguato ai propri scopi, ecco il motivo per cui litigare per i bambini è importante! Si litiga in casa tra fratelli, tra compagni in classe, tra membri della stessa squadra di calcio, tra compagne di danza, si litiga per pretesti futili come un giocattolo sottratto, perché l’ho detto prima io, per la gara a chi deve lavarsi per primo i denti, perché ci si contende l’amore di mamma e papà. Il bambino in tutte queste circostanze sente la necessità di sentirsi rassicurato e al sicuro.

Quando tra fratelli c’è una differenza d’età (18 mesi - 36 mesi) la probabilità del conflitto è più alta, se invece la differenza di età supera i 4 anni il margine di conflitto è più ridotto banalmente perché tra loro necessità, interessi e attività sono diverse. Cari genitori è, dunque, invitabile sottrarsi ai litigi dei vostri figli…E allora come si fa? prima cosa è sempre importante aiutarli a trovare una soluzione e non un colpevole! Ecco Alcune strategie utili:

- No alle punizioni fisiche: I genitori sono per i bambini i MODELLI da seguire, quindi sta agli adulti dare l’esempio, perché ne trarrebbero solo l’insegnamento che vince il più forte e che le situazioni si risolvono arrivando alle mani.

- Lasciate che i bambini risolvano da soli le loro questioni (tranne il caso in cui siano arrivati pesantemente alle mani).

- Osservate e non schieratevi per l’uno o l’altro… si rischierebbe di gettare le basi per un pretesto successivo.

- Stabilite delle regole su ciò che è permesso e vietato quando si litiga, per esempio “ Non si alzano le mani”, “no alle parolacce”.

- Se non eravate presenti al momento del litigio è meglio evitare di prendere le parti di uno dei due. Può essere però positiva una comunicazione riflessiva: “Non è importante chi ha cominciato, la regola in famiglia è che non ci si picchia”.

- Se il pretesto del litigio è un oggetto e i bambini non sono arrivati a una soluzione, potreste sottrarlo “poiché non siete riusciti a condividere senza litigare, lo prendo e ci riproverete un altro momento.”

- Aiutate i bambini a trovare una soluzione con frasi come “, sono dispiaciuta/o per il litigio che avete avuto ma sono certa sarete bravi a risolvere da soli questa difficoltà”. In questo modo aiutate i bambini a sentirsi compresi.

 - Non confrontate i bambini ma valorizzatene le loro qualità e non principalmente i difetti.

- Abituate i bambini piccoli a trovare una soluzione, per esempio “fai giocare anche un po’ tua sorella adesso” ed evitare frasi come: “lascialo stare! tu sei più grande”.

- Incoraggiate i vostri bambini alle relazioni, allo sport... questo porterà a una consapevolezza di chi sono e come si relazionano agli altri.

E Se i bambini non riescono a risolvere la questione in autonomia, quindi sono arrivati alle mani? allora sarebbe bene intervenire per dividerli per un tempo di pochi minuti.

…LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA…

Una volta calmati i bambini potranno parlare e ognuno potrà esprimere il proprio punto di vista, spiegandone le ragioni. Il genitore ascolterà dal punto di vista di chi sta parlando, tentando di verbalizzare le emozioni del bambino, intervenendo per esempio “mi dispiace! Ti sarai sentito molto infuriato quando”...a questo punto i bambini potrebbero esprimere i desideri e una soluzione. Si accetteranno le soluzioni condivise! Litigare con i fratelli, dunque, rappresenta una palestra alla vita, i bambini litigando e riappacificandosi, chiedendo scusa, riflettendo insieme ai grandi sul comportamento imparano il rispetto verso gli altri per esempio, per questo è importante che i genitori siano presenti nel dare gli strumenti giusti e non direttamente la soluzione anche in queste situazioni!

Ricordiamoci che è fondamentale che un genitore si relazioni a ogni figlio tenendo in considerazione le caratteristiche e la personalità di ognuno, trascorrendo del tempo sia individuale che collettivo con loro. La gelosia nei bambini è la paura di non piacere, tocca a mamma e papà incentivare la fiducia nelle loro capacità attraverso l’elogio e l’apprezzamento delle qualità!

L'autostima dei bambini...Da dove cominciare

E‘ molto comune che un genitore si preoccupi oltre all’educazione del proprio figlio anche del suo benessere emotivo. Mi capita molto spesso di incontrare bambini con una bassa autostima e di conseguenza genitori che mi chiedono “cosa fare per aiutare mio figlio e aumentare la sua autostima?”

L’autostima è la Valutazione positiva delle proprie capacità. È un sentimento soggettivo che deriva dalle esperienze acquisite nel percorso della vita, perché sostanziate da approvazioni, da conferme interiorizzate ed elaborate che hanno influenzato e potenziato positivamente la visione che la persona ha di se stessa. Una condizione psichica favorevole per un integrato sviluppo della personalità e per una reale emancipazione (cit. Dizionario di Pedagogia Clinica ed. scientifiche isfar, Firenze, 2015). Le reazioni dell’ambiente condizionano in modo determinante la stima che ogni persona ha di sè, ragion per cui il “concetto di Sé” e “l’autostima” si sviluppano attraverso un processo di scambio tra bambino e ambiente (genitori, fratelli, nonni, zii… ) Per reazioni degli altri ci si riferisce non ad un singolo episodio ma a una serie che nel tempo si ripetono. Detto ciò precisiamo che non è il rimprovero del genitore al figlio fatto in un momento di stanchezza e nervosismo a intaccarne per sempre la sua autostima! L’autostima si edifica in relazione alle aspettative che il bambino ha di sé e che la famiglia la scuola, amici, educatori hanno del bambino. Le aspettative sono trasmesse dalle parole ma soprattutto dal tono di voce.

Immaginiamo un bambino che rientra a casa da scuola dicendo al genitore: “ho avuto 6 nella verifica di scienze quella per la quale ho studiato tutto il weekend”. Una risposta “bravissimo! sono fiero di te” emessa con sguardo serio, facendo altro e senza guardare negli occhi il bambino non ha lo stesso valore della frase “bravissimo! sono fiero di te” emessa con un sorriso, lo sguardo diretto e perché no, un abbraccio. Oppure immaginiamo un bambino più piccolo che sta imparando ad allacciarsi le scarpe. Mentre esplora la sua abilità e non riesce a far bene sarebbe opportuno evitare “ bravo, adesso però lascia che finisca io“ piuttosto con un sorriso e un tono accogliente: “Ti stai impegnando molto: dai che ci sei quasi”. Molto spesso nel dire qualcosa non ci si accorge del messaggio non verbale che può passare.

E’ importante ricordarsi che conta l’impegno e che anche se ogni bambino è unico e irripetibile, i suoi bisogni sono quelli di ogni essere umano. Abraham Harold Maslow, psicologo americano, nella sua pubblicazione “Motivazione e personalità” ha esposto la piramide dei bisogni umani. Secondo Maslow, bisogni e motivazioni vanno di pari passo, sono strutturati in più livelli e il passaggio da un livello all’altro avviene solo dopo aver soddisfatto i bisogni del livello più basso della piramide.

Parlando di autostima nel bambino pensiamo al bambino e al suo bisogno di sicurezza, di protezione e consolazione. Un bambino si sente al sicuro nella sua casa con i genitori vicino. Se i genitori dovessero allontanarsi spesso s’intende, il bambino avverte il pericolo. Oppure pensiamo un bambino al parco che perde di vista la mamma...appena la mamma si riavvicina, la presenza e un tono di voce calmo infondono in lui la rassicurazione. I bambini hanno bisogno di crescere in un ambiente che può assicurare loro il supporto e nel quale la routine, la regolarità infondono (almeno fino alla 5 elementare) la sicurezza di potersi muovere sia dentro casa ma soprattutto allontanarsi (dormire dai nonni, giocare dal vicino di casa, andare a scuola) e al suo ritorno verificare che nulla è cambiato. Star bene a casa significa ,inoltre, avere la sicurezza di avere uno spazio tutto suo dove può sentirsi libero e nel quale può decidere di starci e se condividerlo con altri. Questo “spazio suo” può essere anche un piccolo angolo dove condivide un momento di gioco con un genitore, per esempio. E’ uno spazio, un rifugio per il bambino in cui si sente sicuro e nel quale vive emozioni positive nutrendo la sua persona.

Nutrire l’autostima significa anche poter sperimentare, prendendo decisioni, apprendendo dai propri errori, imparando ad affrontare le situazioni, sperimentare la “resilienza” ovvero la  capacità di far fronte in maniera positiva alle difficoltà. Sentirsi accettati per quello che si è e non per quello che il genitore vorrebbe, è un grande inizio. Dettaglio preliminare è incoraggiare i bambini ad esplorare l'ambiente come assaggiare nuovi cibi, facendolo relazionare con nuovi bambini, invogliarlo ad arrampicarsi sugli alberi...non importa se incorre in un insuccesso, ci riproverà! Resistere alla tentazione di intervenire per aiutarlo non è semplice ma bisogna imporselo perché facendo in quel modo si rischia di aumentare la dipendenza e diminuire l’autostima, dunque trovare un giusto equilibrio tra il bisogno del genitore di proteggerlo e la missione genitoriale di aiutarlo a crescere.

In fondo ogni essere umano, se incoraggiato, si attiva positivamente! E’ Fondamentale riconoscere le cose buone che il bambino fa e verbalizzarle in modo tale che sappia che cosa ha fatto bene, questo lo renderà unico ai suoi occhi e non confrontato con altri! E’ importante, inoltre, far passare il messaggio che ogni persona ha debolezze e potenzialità e che non è necessario essere perfetti per star bene con se stessi!

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"Trattate le persone come se fossero ciò che dovrebbero essere e aiutatele a diventare ciò che sono capaci di essere" 

W. Von Goethe

Pedagogia Clinica Conegliano - Dott.ssa Sara Cundari - Studio Pedagogico "Paideia"